12.1.09

Sciopero generale del sindacalismo di base (17/10/08)



Non possiamo lasciare che Governo e Confindustria
procedano con la loro offensiva!

Non possiamo lasciare un altro autunno di lotta risolversi nel nulla!

Divisi perderemo!
Unifichiamo dal basso tutte le vertenze e le mobilitazioni!


La politica fortemente reazionaria portata avanti dal governo sul piano interno
Da quando è arrivato al potere, Berlusconi si è contraddistinto, sul piano interno, per l’arroganza con la quale ha portato avanti una politica ultra-reazionaria. È vero che questo orientamento è in piena continuità con quanto era stato fatto dal governo Prodi-D’Alema-Ferrero durante più di venti mesi di governo. Le misure prese dal centro-destra si inseriscono in larghissima parte nel quadro legale costruito o lasciato intatto dal centro-sinistra, come nei casi del famigerato “pacchetto sicurezza” e della proclamazione dello stato d’emergenza sulla questione immigrazione. Per quel che riguarda altri provvedimenti scellerati, come ad esempio le impronte dei bambini Rom, non può essere taciuto come fossero stati preparati politicamente e ideologicamente dal centro-sinistra.
A cosa è funzionale questa valanga di misure ultra-reazionarie? Da una parte, a “rassicurare” la propria base elettorale e sociale attraverso una serie di provvedimenti eclatanti e spettacolari, mostrando i muscoli del “governo forte”; dall'altra, a dirimere le contraddizioni interne al governo, in cui i ministri giocano a contendersi la posizione più destrorsa. Esempio paradigmatico ne è lo scontro quotidiano fra Maroni e La Russa sul sangue, manco a dirlo, degli immigrati e delle classi subalterne.

Un cocktail di protezionismo, interventismo e ultra-liberismo economico che non soddisfa le prospettive di Confindustria e non è in grado di contrastare preventivamente l’impatto della crisi economica a vantaggio della borghesia
Sul piano economico, la politica del centro-destra si distingue da quella del centro-sinistra per l'“eterogeneità” delle misure prese, contrariamente a quelle che Prodi intendeva portare avanti per affrontare l'annoso problema della ristrutturazione complessiva del capitalismo italiano; una politica fortemente anti-operaia che, per imprimere un'accelerazione alla modernizzazione di intere aree economiche del paese, avrebbe lasciato sul marciapiede ampi settori della piccola borghesia. La politica di Berlusconi e Tremonti, pressati costantemente dalla Lega, si caratterizza invece per un mix di interventismo statalista (grandi opere), di protezionismo sciovinista (vicenda CAI/Alitalia) e di un ultra-liberismo della peggior specie (tagli alla scuola, Decreto Brunetta). Questa politica, tuttavia, non soddisfa le aspettative di Confindustria. Non che Marcegaglia non sia favorevole a una maggiore offensiva contro i lavoratori, come dimostra la vicenda della riforma contrattuale, ma si aspettava una maggior determinazione nell'affrontare la questione delle riforme, pari almeno a quella che Prodi aveva mostrato e che non è riuscito a mettere in pratica a causa delle divisioni interne del centro-sinistra. Questa mancanza di orientamento riformatore (a livello infrastrutturale, finanziario ed economico) non può che tradursi in un ostacolo ulteriore per la crescita quasi nulla del capitalismo italiano, che rischia di affondare ancor più sotto l'impatto della crisi economica; crisi che, a dispetto dei dinieghi del governo, è stata nei giorni scorsi “ufficializzata” da Marcegaglia.
Sul fronte sociale, l’irrigidimento del governo rispetto alla moltiplicazione delle questioni che in questo ambito si sono aperte, in assenza di una forte alleanza fra governo e sindacati istituzionali (come invece avveniva sotto il governo di centro-sinistra), potrebbe provocare una risposta sociale. Questo è un altro elemento di preoccupazione per Confindustria e uno dei motivi della sua diffidenza nei confronti dei settori più duri del centro-destra.

L’impatto dell'attuale crisi economica sull’economia italiana
L’andamento della crisi, che ha conosciuto provvedimenti inediti per salvare colossi bancari e assicurativi, dimostra che non ci troviamo di fronte all'ennesima bolla speculativa più o meno sganciata dalla cosiddetta “economia reale” (come nel 1986-1987 o nel 2000-2001 qualcuno poteva ancora sostenere). L’impatto della crisi USA ha già avuto le sue forti ripercussioni in Europa, contrariamente a quanto si sono affrettati a dichiarare i ministri dell’economia UE, che per rassicurare i risparmiatori tendono a contrapporre un capitalismo USA sfrenato e ultra-liberista a un sano modello europeo di economia sociale di mercato.
La crisi che comincia a colpire duramente i principali paesi di Eurolandia avrà ripercussioni molto forti sia nei paesi più deboli dell'Europa occidentale, come la Spagna e il Portogallo, sia in quelli economicamente più forti come l’Italia, la cui borghesia non è stata in grado di uscire dall’impasse economica della crescita debole che ha segnato il paese negli ultimi quindici anni.
In questo quadro, non possiamo che aspettarci un attacco sempre più feroce e generalizzato alle condizioni del proletariato e delle sue componenti più esposte, da quella giovanile a quelle del precariato e dell'immigrazione. Questa offensiva è necessaria perché si sono ridotti i margini di manovra dei diversi settori della borghesia italiana, che affrontano la crisi da una posizione più sfavorevole rispetto a quella dei colleghi francesi o tedeschi, i quali hanno saputo portare avanti negli ultimi anni riforme sostanziali sia sul fronte del welfare sia su quello dei processi di concentrazione e centralizzazione del capitale, che hanno permesso di aumentare, sebbene solo relativamente, la competitività delle due economie. Questo attacco sarà necessario nella misura in cui, a dispetto dell’illusione ottica che tende a far passare l’orientamento berlusconiano degli ultimi mesi come assolutamente vincente, negli ultimi anni le lotte del proletariato italiano non hanno subito alcuna sconfitta determinante, malgrado l'arretramento costante delle sue posizioni.
Questo riflusso, nonostante la ripresa della conflittualità di classe fra il 2001 e il 2005 sotto il secondo governo Berlusconi, ha tuttavia demoralizzato i lavoratori e rafforzato in qualche misura anche al loro interno un certo consenso per le ideologie e le politiche apertamente reazionarie. Non va però confuso riflusso reale relativo (anche se d’altronde esistono sintomi di recupero molto relativi della conflittualità operaia a livello internazionale), forza del governo e potenzialità della mobilitazione della classe. Già durante i primi mesi di governo, hanno trovato seguito alcuni importanti conflitti che hanno coinvolto settori della burocrazia sindacale (CGIL, CISL e UIL nel settore ferroviario) o che sono nate sotto l’impulso del sindacalismo di base (scioperi dell’estate nelle cooperative appaltate dalla DHL nel milanese), dimostrando quanto le ragioni di una possibile ripresa della conflittualità sociale siano rimaste immutate: contratti, salari, condizioni di lavoro.
Nelle ultime settimane, abbiamo assistito a un lenta ma decisa irruzione del movimento operaio e studentesco sulla scena nazionale. Se la coraggiosa lotta dei lavoratori di Alitalia è rimasta purtroppo isolata, nella scuola il forte malessere, acutizzato dalla riforma Gelmini, ha portato la protesta a diffondersi da poche scuole in lotta alla maggior parte degli istituti e alle università. Le numerosissime iniziative di lotta hanno infatti costretto i sindacati confederali a rivedere le loro posizioni dialoghiste e la stessa CGIL a proclamare lo sciopero per il 30 ottobre. Nel pubblico impiego, i provvedimenti Brunetta hanno generato non poca insofferenza, con assemblee e presidi in varie città che potrebbero tradursi, se i sindacati fossero all’altezza dell’offensiva sferrata dal governo, in un lungo percorso di lotta. Di fronte agli odiosi crimini e aggressioni razziste perpetrati dal braccio armato dello Stato, dalla borghesia mafiosa del Mezzogiorno o dai bottegai nel Nord, abbiamo assistito nelle ultime settimane all'inedito (in Italia) protagonismo di una nuova generazione di immigrati che hanno dato una prima risposta alla marginalizzazione e allo sfruttamento specifico di cui sono vittime. È anche in questo quadro politico e sociale, diverso rispetto a solo pochi mesi fa, che va analizzata la mobilitazione delle decine di migliaia di lavoratori e di giovani che l’11 ottobre a Roma hanno manifestato la volontà di tradurre su un terreno vertenziale la rabbia esistente contro governo e Confindustria, al di là della piattaforma politica genericamente riformista del comitato promotore e dei fini strumentali dei diversi clan dell’ex Sinistra arcobaleno. Questo clima sociale e politico segna un autunno le cui possibilità vertenziali potrebbero tradursi in un ampio movimento di lotta contro governo e padronato; il che è ancor più necessario se si considerano le cupe previsioni economiche che la borghesia intende contrastare chiedendo allo Stato una massiccia socializzazione delle perdite e un salvagente per i banchieri (spesso confusi con i capitani d’industria i quali, a loro volta, chiedono un pezzo della torta) e preparandosi a scaricare sulle spalle delle classi subalterne e del proletariato i costi della crisi.

Epifani è costretto a spostarsi a sinistra. Non rompe con lo schema del dialogo mortifero con governo e Confindustria ma fa contenti Rinaldini, Nicolai e Cremaschi
Come abbiamo già detto, la CGIL ha dovuto riposizionarsi sulla scacchiera politica sulla scorta del mutamento del clima sociale. Se prima dell’estate dialogava con CISL e UIL, con il governo e la Confindustria, l’arroganza del governo (Gelmini, Brunetta), le esigenze di Confindustria (la riforma contrattuale in particolare) e lo stato d’animo di alcune categorie di lavoratori hanno forzato Epifani a cambiare rotta e a virare un po’ più a sinistra ma non certo nella direzione della costruzione di un’agenda vertenziale che soddisfi le attuali necessità dei lavoratori. Alcuni esempi.
L’atteggiamento “intransigente” nella vicenda Alitalia/CAI, indotto dalla pressione dei lavoratori, si è tradotto nella firma di un testo che, di fatto, è una copia della prima stesura proposta da Fantozzi/Letta ma che ha consentito a Epifani di uscire dal conflitto a testa alta e, soprattutto, di mantenere in uno stato di isolamento la lotta dei lavoratori Alitalia. Questi, dopo un momento di grande combattività nel quale avevano rigettato la prima stesura dell’accordo, hanno dovuto fare marcia indietro, senza che il sindacalismo di base (CUB e SdL) sia stato in grado di rappresentare una reale alternativa alla CGIL.
La rottura del dialogo con Confindustria sulla questione della riforma contrattuale non è dovuta a un rifiuto della riforma in sé. Col crescere delle opposizioni interne al sindacalismo, che rispecchiano a loro volta il mutato stato d’animo di alcuni settori di lavoratori, se da un lato Epifani non poteva procedere come se nulla fosse nella distruzione del CCNL, dall'altro non ha fatto alcuna opposizione al mutamento peggiorativo del quadro contrattuale ma sta tuttora tentando di ammorbidire i contorni e l’applicazione della riforma, chiamando in campo per un’ennesima negoziazione governo, Confcommercio e Confartigianato per cercare di prender tempo giocando sull'eterogeneità di questi attori.
L’iniziativa “150 piazze” di sabato 26 settembre, pompata negli ultimi giorni seguendo una modalità squisitamente cofferatiana, mira a escludere un qualsivoglia coordinamento delle vertenze in atto e, a tal fine, delega alle strutture locali la gestione delle mobilitazioni: a seconda del grado di malcontento e combattività le iniziative variano dal semplice volantinaggio alla mobilitazione di piazza.
Come hanno dimostrato le ultime iniziative di lotta, solo la determinazione e la combattività degli insegnanti, appoggiati dall’“opinione pubblica” e dagli studenti medi e universitari, hanno saputo imporre una prima giornata di mobilitazione reale contro il governo attraverso lo sciopero del 30 ottobre. Questa vicenda dimostra quanto sia necessario uscire dalla logica delle azioni simboliche e innocue sul terreno delle mobilitazioni e del dialogo con il governo (che, peraltro, non intende dialogare affatto) per imporre la costruzione di un percorso reale di lotta. D’altronde, lo sciopero del 30 imposto dagli insegnanti indica anche la direzione verso un coordinamento effettivo delle lotte attuali e una riappropriazione da parte dei lavoratori delle proprie iniziative, uniche garanzie per far si’ che le vertenze in corso abbiano come obiettivo far piegare il governo e non negoziare il meno peggio.
Per il momento questo spostamento a sinistra sembra soddisfare i leader delle diverse opposizioni interne, da quelli più moderati a quelli più “duri”, il che mette in luce l’estrema limitatezza dell’orizzonte vertenziale in cui si muovono questi soggetti. Per il momento sembra anche che questo sia sufficiente a mantenere un certo controllo sui lavoratori che si stanno muovendo, ad esempio, quelli del pubblico impiego e, in particolare, della scuola. Tuttavia non è escluso che i confederali si vedano costretti a forzare la mano se la pressione esercitata dalle lotte dei lavoratori dovesse farsi più importante. Epifani, infatti, dice di non escludere uno sciopero generale. La riproposizione di una strategia cofferatiana sotto il terzo governo Berlusconi dipenderà dal grado di combattività dei lavoratori, dalla capacità della direzione della CGIL di gestire tale combattività e dalla capacità di quelle organizzazioni o tendenze sindacali che dicono di essere combattive, a cominciare dal sindacalismo di base, di proporsi come alternativa reale attraverso un percorso di mobilitazioni che sappia coordinare le vertenze in atto, estenderle e renderle più incisive, senza accontentarsi di misure simboliche e auto-referenziali (per quanto “intransigenti” possano sembrare) che non sono in grado di collegarsi con quegli ampi settori di lavoratori che potenzialmente potrebbero mobilitarsi.

Quale prospettiva per il sindacalismo di base
Le direzioni del sindacalismo di base (a cominciare da RdB-CUB, Cobas e SdL), insieme alle correnti politiche che agiscono al loro interno (a cominciare da Sinistra Critica, dal PCL di Ferrando e dalla Rete dei Comunisti), si trovano di fronte a un bivio. Già prima dell’estate sapevano perfettamente che un governo di destra, per di più capeggiato da Berlusconi, non poteva che suscitare una profonda avversione in settori consistenti del mondo del lavoro; e sapevano perfettamente che le riforme anti-operaie e anti-popolari del governo avrebbero potuto costringere le direzioni confederali a mobilitarsi per la pressione esercitata dalla loro base; il che avrebbe ridotto considerevolmente lo spazio di manovra politico e sindacale di chi si muove a sinistra. Di conseguenza, alcuni di questi sindacati di base (forzati anche dalla tendenza di alcuni loro settori militanti a volersi coordinare, soprattutto nel Nord) a maggio hanno organizzato un’assemblea a Milano per stabilire un calendario di mobilitazioni da realizzare in autunno, allo scopo di guadagnare preventivamente terreno sul piano delle eventuali mobilitazioni che il sindacalismo confederale o la sinistra radicale avrebbero potuto dirigere. Così, invece di trarre lezioni dallo scorso autunno di lotte (contro il protocollo Damiano), hanno né più né meno ripetuto gli stessi errori nell’organizzazione della stagione vertenziale ormai prossima. L'obiettivo dovrebbe essere quello di costruire un fronte di lotta il più vasto e incisivo possibile, fondato su una prospettiva di ampio respiro che sia davvero in grado di contrastare il governo e di sfidare la direzione CGIL sul terreno della sua “svolta a sinistra”, per partecipare in maniera unitaria alle mobilitazioni previste e denunciare l’orizzonte limitativo che i confederali vogliono imporre a queste mobilitazioni, proponendo un’altra rotta, autorganizzata, democratica e combattiva. Le principali direzioni del sindacalismo di base, invece, si contentano di stabilire a tavolino un calendario settario di mobilitazioni (per il momento quella del 17 ottobre e la manifestazione di metà novembre), che sta ben al di sotto delle necessità dei lavoratori ed è affatto incapace di dialogare con quei settori dei lavoratori che potrebbero cominciare ad entrare in azione. Quelle direzioni nulla fanno per creare dal basso un percorso di mobilitazione sui luoghi di lavoro e di studio, per consolidare un’alleanza trasversale fra lavoratori e fra lavoratori e studenti, indipendentemente dalle categorie e dalle appartenenze sindacali; e invece di approfittare del clima attuale, facendosi carico dei compiti che in questa fase si impongono, privilegiano accordi fra dirigenti (Cobas, RdB, CUB, SdL, Rete 28 aprile, Rete dei Comunisti, SC, PCL) che non si pongono in alcun modo sul reale terreno delle lotte. Le direzioni del sindacalismo di base mantengono buoni rapporti con la Rete 28 aprile, guardandosi bene dal richiamare Cremaschi a un'azione conseguente, costringendolo ad assumersi tutti gli impegni che una lotta unitaria comporta, al di là dei diktat di Epifani sulla “disciplina confederale”. Tuttavia, si rifiutano di partecipare alle vertenze e alle mobilitazioni in corso che non siano da loro capeggiate. Partecipare a tutte le vertenze attuali, anche quando si muovono in una prospettiva non del tutto soddisfacente poiché attualmente egemonizzate dalle direzioni confederali, dovrebbe essere l’obiettivo di tutte le organizzazioni che mirano a contendere alle direzioni riformiste la direzione dei settori più avanzati dei lavoratori, ponendo il problema dell’autorganizzazione democratica dal basso e della lotta intransigente contro governo e Confindustria, e a dialogare con quei battaglioni del mondo del lavoro che non sono entrati in azione.
Quando si trova invece a dover fare i conti con una mobilitazione in cui rappresenta una tendenza all'interno di un processo controllato dai confederali, l’orientamento del sindacalismo di base, molto radicale a parole, si trova anche lì ben al di sotto delle necessità delle vertenze. In occasione della vertenza Alitalia, per esempio, né l’SdL né la CUB, che avevano un peso importante fra i lavoratori, si sono fondamentalmente distinti da Epifani quando ha dovuto rompere il patto con CISL e UIL. In nessun momento della vertenza, SdL e CUB hanno portato avanti l’unica linea che avrebbe potuto condurre alla vittoria l’eroica lotta dei lavoratori Alitalia o, almeno, a ridurre al massimo i danni, facendo di quella lotta un vessillo per tutti i lavoratori e impegnandosi a costruire, nelle mobilitazioni, una rete di solidarietà fra i diversi settori del lavoro, facendo appello a circondare la lotta dell’Alitalia con la solidarietà di tutti i lavoratori, a cominciare dai settori più combattivi e da quelli in lotta. SdL e CUB hanno preferito mantenere aperti i canali del dialogo con il governo, con un tono leggermente più “radicale” di quello di Epifani ma senza alcuna prospettiva alternativa da offrire ai lavoratori.
In questo senso, lo sciopero del 17 ottobre, lungi dall'essere organizzato dal basso e controllato dagli stessi lavoratori, non si situa sul terreno del coordinamento delle lotte e della costruzione, attraverso un percorso assembleare locale e nazionale, di un realizzabile movimento di opposizione sociale e di classe che voglia realmente e coerentemente contrastare l’offensiva padronale e governativa. Nella realtà dei fatti, l’agenda “radicale” programmata mesi fa è stata completamente sovrastata dalle attuali mobilitazioni, che siano dirette dal sindacalismo di base o da quello confederale. Lo sciopero del 17 ottobre, che secondo gli organizzatori avrebbe dovuto segnare una prima tappa nella direzione della mobilitazione di metà novembre e che già al momento della sua programmazione mostrava tutti i suoi limiti, non è nient’altro che una data fra le tante che vedono i lavoratori protagonisti delle lotte come mai negli ultimi anni. Questa nuova realtà esigerebbe un'azione più audace da parte di chi dice di incarnare un’opposizione combattiva alle politiche del governo e di Confindustria.

Divisi perderemo! Unifichiamo dal basso tutte le vertenze e le mobilitazioni!
Le mobilitazioni attuali sono sintomatiche, da un lato, di un mutamento di stato d’animo nei lavoratori, che stanno cominciando a dire basta alle politiche del governo e, dall'altro, della volontà delle diverse direzioni sindacali di contrastare con ogni mezzo un eventuale processo di unificazione delle vertenze in corso, le cui rivendicazioni possono essere ricondotte a un'identica parola d’ordine: basta con gli attacchi ai lavoratori, difendiamo le nostre conquiste, uniamoci, lavoratori stabilizzati e precari, immigrati e italiani, giovani e studenti, per respingere ogni attacco di chi vorrà scaricarci sul groppone il costo della crisi capitalistica.
Non possiamo assistere impotenti per l'ennesima volta a una nuova stagione di mobilitazioni gestita da chi ha interesse che la rabbia e la combattività di milioni di lavoratori, facendo da sponda alle esigenze del PD, finiscano al rimorchio della borghesia “democratica” contro quella più destrorsa e berlusconiana o al rimorchio del cosiddetto “capitalismo produttivo e sano” contro quello finanziario e impazzito. Sono le due facce della stessa medaglia! Che la crisi la paghino i capitalisti!
Sarebbe responsabilità di tutte quelle correnti sindacali e politiche, che avevano affermato di non avere governi amici, lanciare una parola d’ordine di unificazione dal basso delle mobilitazioni e del loro coordinamento democratico, a prescindere dalle appartenenze sindacali e partitiche. Questa è l'unica condizione per costruire una lotta intransigente contro il governo e confindustria, che richiederebbe la creazione di un percorso che vada nel senso di uno sciopero massiccio e continuativo contro le politiche della borghesia: questo è l’unico percorso coerente e realizzabile se si vuole creare un fronte capace di contrastare la politica della borghesia. Quel che era necessario un anno fa lo è ancora più in questa fase della crisi.
È su questa base che intendiamo intervenire nel prossimo periodo.


Basta con gli attacchi ai lavoratori!

Difendiamo le nostre conquiste!

Esigiamo il fronte unico fra tutte quelle organizzazioni che dicono di volersi opporre alla politica del governo e del padronato per respingere l’offensiva reazionaria sferrata da Berlusconi e Marcegaglia e ogni attacco di chi vorrà scaricarci sul groppone il costo della crisi capitalistica!

Intanto, uniamoci e coordiniamoci democraticamente dal basso, lavoratori stabilizzati e precari, immigrati e italiani, giovani e studenti, per discutere delle modalità di una controffensiva sociale, per far sì che la crisi la paghino i capitalisti!


COLLETTIVO COMUNISTA VIA EFESO (ROMA) ­­ info@viaefeso.org / collcomunista.viaefeso@yahoo.it
Roma, 14/10/08, fotinprop Via Efeso 2a

Una è la lotta degli sfruttati (15/10/08)



Lavoratori italiani e immigrati,
stessi padroni, stessa lotta!


Da quando ha vinto le elezioni, il governo di centro-destra (quello dei ministri che portano i maiali davanti alle moschee e che riducono l'esistenza dei lavoratori immigrati a una patente a punti con finale sequestro di persona) ha dato altro ossigeno al clima di razzismo ormai dilagante in Italia. Ma Berlusconi non ha fatto altro che riprendere in chiave apertamente reazionaria gran parte dell’orientamento anti-proletario, razzista e imperialista portato avanti dal governo Prodi-D’Alema-Ferrero con il sostegno della «sinistra radicale»: ha esteso lo stato d’emergenza a tutto il territorio nazionale per “risolvere il problema immigrati” e ha votato il “pacchetto sicurezza” che Amato non era riuscito a fare passare e imponendo leggi razziali, come quella delle impronte digitali per i bambini Rom, versando lacrime di coccodrillo di fronte allo scempio degli incendi che nel frattempo distruggevano i campi nomadi di Ponticelli. Maroni d'altronde, complice l'intero governo, ha risposto ai fatti di Castelvolturno con l'invio di truppe nel Casertano, chiedendo apertamente maggiore fermezza nei confronti degli immigrati.
L'accelerazione della crisi ha imposto un attacco sempre più feroce e generalizzato alle condizioni di vita dei lavoratori e, in particolare, di quelli immigrati, che in Italia ̶ ricordiamo ̶ non sono neanche considerati cittadini di seconda categoria, poiché non hanno automaticamente accesso alla cittadinanza nonostante siano nati in Italia. Razzismo e xenofobia, islamofobia e propaganda anti-Rom, squadrismo di stampo fascista e retate della polizia sono alcuni degli strumenti attraverso i quali il capitale radicalizza la concorrenza tra i lavoratori italiani e quelli immigrati. Non è difficile prevedere che, nell'immediato futuro, perdurando l'attuale rapporto di forze politico e sociale, gli immigrati si troveranno sempre più sotto il fuoco di un’offensiva, diretta e indiretta, promossa dalla classe dominante, il tutto nel quadro di una politica istituzionale governata dalle leggi razziste varate negli ultimi anni dal centro-sinistra come dal centro-destra (leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini in particolare), leggi che il governo Prodi si è ben guardato dal modificare. Mantenere aperto il “problema immigrati” è funzionale agli interessi della borghesia perché mantiene in uno stato di crescente ricattabilità una fetta sempre più consistente del proletariato, aggravando l’atomizzazione della nostra classe fra disoccupati e lavoratori attivi, precari e stabilizzati ecc. Al contempo, permette di scaricare il malessere sociale in modo reazionario, demagogico e razzista.
Se di fronte alla ferocia dell’aggressione padronale e razzista del governo, la risposta delle organizzazioni sindacali e politiche italiane era stata molto al di sotto delle necessità, le reazioni di Castelvoltrno e le manifestazioni di Milano, Caserta e quella di Roma del 4 ottobre nonché quella del 16 ottobre indetta dal Comitato Immigrati in Italia costituiscono una risposta molto più chiara. Un esempio per tutti: malgrado lo sciacallaggio della stampa che si interrogava su quanti ghanesi di Castelvolturno fossero dei trafficanti (e di conseguenza se la fossero cercata), gli immigrati hanno reagito duramente, innalzando barricate e scontrandosi con la polizia; e mentre i fratelli di quei braccianti, asse portante dell’industria agricola campana, si ribellavano a Castelvolturno, si manifestava a Milano per ricordare Abba. Anche qui, in prima fila, si schieravano i fratelli e i figli di quegli immigrati che, nell’ultimo periodo, sono stati alla testa di alcuni dei conflitti sociali più rilevanti del Milanese, da quello dell’Ortomercato a quello delle cooperative appaltate da DHL, dove lo sfruttamento del lavoro ricorda, sotto molti aspetti, il caporalato nel Mezzogiorno.
Questo “risveglio” degli immigrati costituisce un segnale positivo nella direzione di una prospettiva politica di unità di classe, condizione imprescindibile per rovesciare l’attuale rapporto di forze. Sta ora all’avanguardia di classe italiana combattere la xenofobia istituzionalizzata e le politiche estere imperialistiche della propria borghesia sulle quali fa leva il razzismo, per far sì che la ribellione di Milano e di Caserta, che ha fatto emergere tendenze radicali e classiste, e la combattività dei figli e delle figlie delle banlieues italiane non vengano strumentalizzate da associazioni laiche o religiose, da mediatori culturali filo-istituzionali che si candidano a mediare fra le comunità straniere e la borghesia italiana.
Tra i responsabili della radicalizzazione delle tendenze reazionarie e razziste all’interno della classe operaia italiana, come hanno dimostrato le precedenti elezioni, è anche la politica collaborazionista e subordinata delle direzioni delle confederazioni sindacali che, invece di dare uno sbocco sociale al malessere latente, ha coperto le politiche anti-proletarie e imperialistiche di Prodi, disgregando ulteriormente la nostra classe nella contrapposizione fra lavoratori italiani e stranieri, reggendo in tal modo il gioco alla borghesia.
In questo quadro, sarebbe compito di tutte le organizzazioni sindacali e politiche combattive e classiste, a cominciare dal sindacalismo di base e da quei settori che dicono di voler offrire una prospettiva alternativa al dialoghismo di Epifani, dare una prospettiva unitaria alle diverse lotte e vertenze attualmente aperte, facendosi promotrici di una lotta intransigente e incondizionata al razzismo e per la difesa dei diritti specifici degli immigrati, a cominciare dal permesso di soggiorno e di lavoro automatico per chi arriva sul territorio italiano, dalla concessione di pari diritti per i lavoratori immigrati e italiani, dalla chiusura dei CPT, dalla concessione automatica della cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia, dal diritto alla casa per tutti, dalla fine delle campagne razziste istituzionali contro gli immigrati in generale (Rom e musulmani in particolare) e dall’abolizione di tutte le leggi razziste varate negli ultimi anni.
Solo la costruzione di un movimento dal basso autoorganizzato, che esiga il fronte unico da tutte quelle organizzazioni che dicono di volersi schierare contro la politica di Berlusconi e della Confindustria, e che includa l’opposizione alla politica interna xenofoba e alla politica estera imperialistica, è capace di volgere a favore della nostra classe il rapporto di forza esistente, perché l’attacco ai lavoratori immigrati, alle loro famiglie e ai loro figli è un attacco indiretto contro tutti i lavoratori. Ribadiamo la parola d’ordine che dovrebbe accompagnare tutte le mobilitazioni sociali che si annunciano e a cui dovremmo dare seguito nelle prossime settimane, a cominciare dalla giornata di sciopero generale indetto dal sindacalismo di base per il 17 ottobre :

Italiani, immigrati, una è la lotta degli sfruttati !
ا
Manifestiamo il 16 ottobre, Repubblica, h18
Sciopero generale del sindacalismo di base, venerdì 17 ottobre, Repubblica, h10


Collettivo Comunista-Via Efeso (Roma) info@viaefeso.org Corrispondenze Metropolitane metropolitane@yahoo.it
fot in prop Via Efeso 2b 14/10/08

عمال إيطاليين وعمال مهاجرين
نفس الرؤساء، نفس الكفاح!
انتصار بيرلوسكوني إلى الحكومة يصرح بهجمات مستقبلية، التي ستصيب أولاً الفئات الضعيفة من الطبقة العاملة، بدءا بالمهاجرين وأسرهم.
هذه الهجمات أعدت من حكومة برودي التي فتحت المجال لأحزاب اليمين بسياسته المتحالفة للطبقة البرجوازية، مضاده للعمال، عنصرية وإمبريالية.
نعتقد أن الهجوم على العمال المهاجرين وأسرهم هو هجوم على الطبقة العاملة الإيطالية لتفريق العمال وعرقلة اتحادنا.
إدارة النقابات الكنفدرالية (تشي جي ال ... الخ) أثبتوا مرة أخرى في ظل حكومة (برودي – داليما – برتينوتّي طبيعتهم الحقيقية، بجانب البرجوازية والحكومة الإمبريالية التي بعثت الجيش الإستعماري في لبنان وضاعفت الفرق العسكرية في أفغانستان.
ينبغي أن تكون مهمة كل المنظمات الدفاعية، بدءا من النقابات (كوباس – كوب ... الخ)، تواجدها في الطليعة لتنظيم إتحاد العمال و الدفاع عن الحقوق الديمقراطية للمهاجرين: إذن الإقامة وفرصة العمل لمن يصل إلى أرض إيطاليا، والمساوة في الحقوق بين العمال المهاجرين والإيطاليين، إنهاء عمليات الطرد، إغلاق مراكز تجميع المهاجرين الغير شرعيين، والحق في السكن، إنهاء الحملات العنصريه ضد المهاجرين بصفة عامة والغجر على وجه الخصوص، والغاء جميع القوانين العنصريه التي سنتها الحكومات السابقة (توركو - نابوليتانو وبوسي - فيني).
وفي غضون ذلك ، عمال إيطاليين ومهاجرين، ينبغي تنظيم انفسنا على نفس الاساس من اجل الدفاع عن برنامج وحدة طليعه الطبقة العاملة.

Italian and immigrant workers
Same bosses, same fight!
Berlusconi’s government keeps on striking first of all at the weakest sectors of the proletariat, starting with immigrant workers and their families.
These attacks have been prepared by the outgoing Prodi government which opened the door for the right with its pro-bourgeois, anti-working class, racist and imperialist policies.
We think that the attack against immigrant workers and their families is an attack against the working class as a whole, in order to divide workers and make our unity more difficult to achieve.
Under the Prodi-D’Alema-Bertinotti government, the leaders of the major trade unions (CGIL, CISL, UIL) have once again revealed their true nature: they have backed the bosses and supported an imperialist government that has sent troops to Lebanon and increased the number of troops in Afghanistan.
All combative organisations, starting with rank-and-file unions such as the RdB-CUB, Cobas, etc., should be in the forefront of organising unity amongst the working class vanguard and defending the specific democratic rights of immigrants, such as: documents for every immigrant who arrives in Italy, no expulsions, closure of the CPTs, the right to housing, the end of the institutionalised racist campaign against immigrants in general and the Roma people in particular, and the abolition of all racist laws enacted by previous governments (Turco-Napolitano and Bossi-Fini).
Meanwhile, as Italian and immigrant workers, we should organise ourselves on the same basis in order to defend a programme of unity of the working class vanguard.


Travailleurs italiens et immigrés, mêmes patrons, même combat!
¡ Nativa o extranjera, la misma clase obrera !
Italian and Immigrant workers, same bosses, same fight!
العمال الايطاليين و العمال المهاجرين.
لنكافح معا لبناء اتحاد الطبقات العامله ، من اجل حقوقنا،ولمكافحة العنصريه.Collettivo Comunista-Via Efeso (Roma) info@viaefeso.org Corrispondenze Metropolitane metropolitane@yahoo.it

Da Castelvolturno a Milano, viva la "banlieue" (30/09/08)



reazione degli immigrati alla xenofobia di Stato della borghesia imperialista italiana,
dei suoi sicari mafiosi, bottegai leghisti e poliziotti razzisti


da Castelvolturno a Milano: viva la “banlieue”!!!

I sicari delle cosche mafiose e dei caporali del casertano sparano. I bottegai leghisti ammazzano a sprangate al grido di «negro di merda», senza che si parli di razzismo. La polizia, affiancata dai militari che ormai pattugliano le strade e sorvegliano i CPT, reprime ed espelle. Di fronte a un crimine razzista e a una strage di stampo xenofobo, gli immigrati del casertano e quelli di seconda generazione di Milano hanno reagito in maniera inequivocabile.
Quanto è accaduto a Milano e a Castelvolturno, quasi contemporaneamente, non è nient’altro che una delle tante espressioni della forma di dominio della borghesia italiana. Sia il commerciante di panini del Nord Italia sia il commerciante di droga del Mezzogiorno hanno ribadito di voler essere «padroni a casa loro»; così come ogni giorno i caporali e i padroncini (grandi e piccoli) sfruttano fino alla morte i lavoratori immigrati, a un prezzo ancora più basso dei proletari italiani, mantenendoli in una posizione di subalternità legale funzionale ai loro interessi.
Altrettanto inequivocabile è stata la risposta del governo. Dire che l’arrivo al potere del centro-destra (quella dei ministri che portano i maiali davanti alle moschee o fanno apertamente l’elogio dei repubblichini, per capirci) rinfocoli il clima di razzismo rampante in Italia è un’ovvietà. È altrettanto vero però che, in questi primi mesi di governo, Berlusconi ha ripreso in chiave apertamente reazionaria gran parte dell’orientamento anti-proletario, razzista e imperialista portato avanti durante più di venti mesi dal governo Prodi-D’Alema-Ferrero, con il sostegno della «sinistra radicale». Da maggio in poi il Governo ha rafforzato i provvedimenti varati in passato da Prodi: ha esteso lo stato d’emergenza a tutto il territorio nazionale per “risolvere il problema immigrati”, ha votato il “pacchetto sicurezza” che Amato non era riuscito a fare passare. Solo a questo punto, PdL e Lega hanno imposto leggi razziali come quella delle impronte digitali per i bambini Rom. Di fronte a quanto è accaduto a Castelvolturno, Maroni ha risposto, all’unisono con il governo, mandando truppe nel Casertano e chiedendo maggiore fermezza nei confronti degli immigrati.

La questione “immigrazione” e gli interessi della borghesia
In un contesto di acutizzazione della crisi, come quello che stiamo vivendo, non possiamo che aspettarci un rafforzamento degli attacchi nei confronti dei lavoratori immigrati, delle loro famiglie e dei loro figli, che peraltro in Italia non sono neanche considerati cittadini di seconda categoria, come avviene nella Francia di Sarkozy, poiché non hanno automaticamente accesso alla cittadinanza nonostante siano nati in Italia. Questo attacco è uno strumento specifico di quello più generale perpetrato contro tutti i lavoratori. Se il rapporto di forze politico e sociale rimanesse immutato, gli immigrati si troveranno sempre di più sotto il fuoco di un’offensiva, diretta e indiretta, promossa dalla classe dominante e del suo governo: razzismo e xenofobia, islamofobia e propaganda anti-Rom, squadrismo di stampo fascista e retate della polizia, il tutto nel quadro di una politica istituzionale governata dalle leggi razziste varate negli ultimi anni dal centro-sinistra come dal centro-destra (leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini in particolare), leggi che il governo Prodi si è ben guardato dal modificare.
In concreto, mantenere aperto il “problema immigrati” è funzionale agli interessi della borghesia perché mantiene in uno stato di ricattabilità una fetta sempre più consistente del proletariato, aggravando l’atomizzazione della nostra classe fra disoccupati e lavoratori attivi, precari e stabilizzati ecc. Al contempo, permette di scaricare di volta in volta il malessere sociale in modo reazionario, demagogico e razzista.

La risposta delle banlieues di Milano e di Castelvolturno
Dopo i pogrom perpetrati a partire dagli assalti ai campi nomadi di Ponticelli e dopo lo squadrismo di stampo fascista che ha colpito a maggio di quest’anno commercianti bengalesi e indiani a Roma, la risposta politica dell’avanguardia di classe non è stata all’altezza della situazione, lasciando il campo a Veltroni che, all’epoca, si presentava come fautore di una politica bipartisan (quando gli esponenti del PD di Ponticelli chiamavano a bruciare i campi), mentre CGIL-CISL-UIL proseguivano un dialogo nefasto per noi lavoratori con il governo. Questa volta però la risposta è stata diversa, molto più chiara e massiccia.
Malgrado lo sciacallaggio della stampa che si interrogava su quanti ghanesi di Castelvolturno fossero dei trafficanti (e di conseguenza se la fossero cercata), gli immigrati hanno reagito duramente, innalzando barricate e scontrandosi con la polizia. Mentre i fratelli di quei braccianti, che sono l’asse portante dell’industria agricola campana, si ribellavano a Castelvolturno, si manifestava a Milano per ricordare Abba. Anche lì, in prima fila, si trovavano i fratelli e i figli di quegli immigrati che nell’ultimo periodo sono stati alla testa di alcuni dei conflitti sociali più rilevanti del Milanese, dal conflitto dell’Ortomercato a quello delle cooperative appaltate da DHL, ditte in cui lo sfruttamento del lavoro ricorda, sotto molti aspetti, il caporalato nel Mezzogiorno.

Antirazzismo alla Obama o antirazzismo vero, cioè classista, anticapitalista e antiimperialista?
L’apparizione di un nuovo protagonismo politico dei figli e delle figlie delle “banlieues” italiane è un elemento estremamente positivo. Non è però privo di limiti, quegli stessi limiti che affrontano anche i proletari italiani quando cominciano a ribellarsi. Pone il problema, al di là della difesa dei diritti specifici degli immigrati, dello sbocco politico di questo “risveglio” degli immigrati e la questione di un’alleanza di classe capace di rovesciare l’attuale rapporto di forze favorevole alla borghesia e basato anche sul razzismo e la xenofobia.
I settori più lungimiranti della borghesia sanno benissimo che l’esplosività del “problema immigrazione/razzismo” è potenzialmente pericoloso per la stabilità sociale. Lo stesso Sarkozy, ministro degli Interni durante la rivolta delle banlieues francesi, si è fatto portavoce dell’affirmative action di fronte ai settori più retrogradi della politica francese, arroccati al giacobinismo universalista repubblicano; entrambe le opzioni non sono altro che la copertura di un razzismo istituzionalizzato funzionale all’assetto del dominio imperialistico della “patria dei diritti umani”. In questo senso, Obama non è certo l’alleato dei latinos che raccolgono gli agrumi in Florida, degli afro-americani sfrattati dalle loro case e, ancora meno, di chi resiste a Kabul o a Bagdad. È invece l’esempio più lampante di cosa voglia dire “antirazzismo” per i settori più “avanzati” della borghesia.

Lavoratori italiani e immigrati, stessi padroni, stessa lotta!
Che dalla ribellione di Milano e di Caserta emergano tendenze radicali e classiste, che la combattività dei figli e delle figlie delle banlieues italiane non venga strumentalizzata da associazioni laiche o religiose, mediatori culturali filo-istituzionali che si candidano a fare da ponte fra le comunità straniere e la borghesia italiana, dipende in gran parte dalla capacità dell’avanguardia di classe italiane combattere la xenofobia istituzionalizzata e le politiche estere imperialistiche della propria borghesia sulle quali fa leva il razzismo.
I responsabili della radicalizzazione delle tendenze reazionarie e razziste all’interno della classe operaia italiana, come hanno dimostrato le precedenti elezioni, sono da cercare anche nella politica collaborazionista e subordinata delle direzioni delle confederazioni sindacali che, invece di dare uno sbocco sociale al malessere latente, hanno coperto le politiche anti-proletarie e imperialistiche di Prodi. Da loro dipende anche lo stato di disgregazione esistente all’interno della nostra classe fra lavoratori italiani e stranieri, comunitari ed extracomunitari, condizione sulla quale fa leva la borghesia.
In questo quadro, sarebbe compito di tutte le organizzazioni sindacali e politiche combattive e classiste, a cominciare dal sindacalismo di base e da quei settori che dicono di voler offrire una prospettiva alternativa al dialoghismo di Epifani, dare una prospettiva unitaria alle diverse lotte e vertenze attualmente aperte, facendosi promotrici di una battaglia intransigente e incondizionata contro il razzismo e per la difesa dei diritti specifici degli immigrati, a cominciare dalla lotta per il permesso di soggiorno e di lavoro automatico per chi arriva sul territorio italiano, dalla concessione di pari diritti per i lavoratori immigrati e italiani, dalla chiusura dei CPT, dalla concessione automatica della cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia, dal diritto alla casa per tutti, dalla fine delle campagne razziste istituzionali contro gli immigrati in generale (Rom e musulmani in particolare) e dall’abolizione di tutte le leggi razziste varate negli ultimi anni (Turco-Napolitano e Bossi-Fini).
Questa è l’unica strada per dar seguito a quanto è stato varato dall’Assemblea del sindacalismo di base di Milano lo scorso 17 maggio, in cui si è anche votata una mozione specifica sulle questioni del razzismo e dell'immigrazione. Solo la costruzione di un movimento dal basso, autorganizzato e democratico, che esiga il fronte unico da tutte quelle organizzazioni che dicono di volersi schierare contro la politica di Berlusconi e della Confindustria, e che includa l’opposizione alla politica interna xenofoba e alla politica estera imperialistica, è capace di creare le condizioni di un rapporto di forze favorevole alla nostra classe. Poiché l’attacco ai lavoratori immigrati, alle loro famiglie e ai loro figli è un attacco indiretto contro tutti noi, lavoratori e giovani italiani, che prepara il terreno a un’offensiva maggiore da parte della borghesia allo scopo di scaricare sulle nostre spalle il costo della crisi, ribadiamo la parola d’ordine che dovrebbe accompagnare tutte le mobilitazioni sociali che si annunciano e a cui dovremmo dare seguito nei prossimi mesi:


Lavoratori italiani e immigrati, stessi padroni, stessa lotta!
Travailleurs italiens et immigrés, mêmes patrons, même combat!
¡ Nativa o extranjera, la misma clase obrera !
Italian and Immigrant workers, same bosses, same fight!
العمال الايطاليين و العمال المهاجرين.
لنكافح معا لبناء اتحاد الطبقات العامله ، من اجل حقوقنا،ولمكافحة العنصريه.

COLLETTIVO COMUNISTA DI VIA EFESO-ROMA info@viaefeso.org
Roma, 30/09/08, fotinprop Via Efeso 2a

Bush a Roma: contro la politica imperialista di Italia, USA ed Europa (12/06/08)



CONTRO LA POLITICA IMPERIALISTA DI ITALIA, USA E UE ­— A FIANCO DELLE RESISTENZE CONTRO TUTTE LE OCCUPAZIONI — L’ITALIA IMPERIALISTA NON FA MISSIONI DI PACE! FUORI LE TRUPPE ITALIANE DA OGNI AREA DI INTERVENTO!

Dopo la vittoria elettorale del 2006, l’ala della “sinistra radicale” dell’Unione aveva affermato che il governo avrebbe portato avanti una politica diversa da quella della seconda legislatura della Casa delle Libertà; i lavoratori, i giovani e i settori popolari hanno potuto constatare come il governo Prodi-D’Alema-Ferrero abbia promosso gli interessi del padronato meglio del Berlusconi bis, in primis varando una serie di misure anti-proletarie con la piena complicità delle direzioni sindacali confederali.

Oggi Bush torna a Roma. Torna a distanza di un anno dal grande corteo del 9 giugno 2007, che segnò anche una sconfitta della sinistra “radicale” di piazza e di Governo, la quale con l’intento di contrastare quella manifestazione, finì auto-reclusa nel suo scarno presidio a piazza del Popolo.

Anche sul piano della politica estera promossa dai settori più concentrati del padronato italiano, la visita di Bush ha il merito di mostrare una sostanziale continuità fra il governo Berlusconi e quello precedente. Lungi dal dimostrare una qualche sudditanza del centro-destra italiano a Washington o dell’Italia in generale alla “superpotenza” USA, le prime mosse di Berlusconi rivelano semmai che la borghesia imperialista italiana intende difendere i suoi interessi sul piano internazionale su due piani, sia nel quadro dell’Unione Europea sia in quello dei suoi rapporti con gli USA. Infatti, dopo aver ricevuto il presidente Sarkozy (artefice del nuovo Trattato di Lisbona dopo la morte clinica del Trattato Costituzionale Europeo di Giscard-D’Estaing) a poche settimane dall’inizio della presidenza francese dell’UE, il portavoce della borghesia italiana ha trattato anche con Bush. Tutto ciò è estremamente indicativo dell'attuale sistema di alleanze fra le principali potenze imperialiste.

Il presidente USA, seppur prossimo a lasciare la Casa Bianca, vuole garantire la continuità del coinvolgimento italiano nella “guerra permanente”, approfittando del nuovo clima politico e col beneplacito della Chiesa (visti gli ottimi rapporti confermati dalla recente visita di Ratzinger negli USA). All'ordine del giorno dell'incontro con Bush vi sono varie questioni, tra cui:
1. l’aumento dell’impegno militare italiano in Afghanistan: è sempre più difficile nascondere la partecipazione delle truppe italiane a vere e proprie azioni di guerra in quel territorio, come dimostra l’impiego della task force “45” nella “segretissima” operazione Sarissa a fianco delle forze alleate;
2. un eventuale riposizionamento della presenza italiana in Iraq, dove peraltro esistono forti interessi politici ed economici italiani, connessi alla presenza dell’ENI a Nassirya;
3. la questione dell’appoggio dell’Italia alla probabile guerra contro l’Iran che l’amministrazione Bush sta preparando mediaticamente ed economicamente da tempo, col sostegno di altri paesi europei e, soprattutto, di Israele, col quale l’Italia intrattiene già da tempo rapporti di finanziamento bellico;
4. il via libera all’ampliamento della base NATO a Vicenza, sbloccando lo stallo che i comitati di base “No Dal Molin” hanno imposto con una lunga battaglia popolare, nonché all’ampliamento di altre basi sul territorio italiano (per inciso: la questione va posta nel senso di una campagna permanente contro tutte le basi militari nel nostro paese, che siano tricolori, della NATO, americane o europee; per esempio: nella sempre più militarizzata Vicenza è presente da tempo la gendarmeria europea);
5. l’impiego di un numero sempre maggiore di soldati italiani in Kosovo, a difesa della sua secessione funzionale, ancora una volta, agli interessi strategici dei vari imperialismi, compreso quello italiano;
6. il coinvolgimento italiano nella costruzione dello Scudo missilistico, che inizia a prendere vita nei paesi dell’ex blocco sovietico, grazie anche a una più stretta collaborazione tecnologica ed economica fra le aziende dell’industria pesante (Finmeccanica, esempio fra tutte) dei rispettivi paesi.

Questioni queste che né McCain né Obama, che nel prossimo novembre si contenderanno la presidenza USA, intendono rimettere in gioco, nonostante l’establishment americano intenda chiudere l’era Bush rilanciando una politica estera più multilaterale di quella degli ultimi otto anni. Sull'altro fronte, l'incontro di Berlusconi e Sarkozy, finalizzato a un rafforzamento della collaborazione fra Parigi e Roma nel quadro europeo, testimonia che la borghesia francese e i settori più concentrati della borghesia italiana intendono giocare anche la carta europeista. In questa direzione vanno l’impegno di Sarkozy, (difeso da Berlusconi, Tremonti e Frattini) di rafforzare il polo di difesa europeo e lo stesso Trattato di Lisbona. Le attuali tensioni fra le capitali europee sono invece sintomo di una difficoltà sostanziale a raggiungere un equilibrio fra le grande potenze dell’UE, equilibrio ulteriormente ostacolato dalle attuali forti incertezze economiche del vecchio continente. In questo senso, i rapporti con Bush e Sarkozy saranno utilizzati da Berlusconi anche in chiave ricattatoria nei confronti di Berlino, in un momento in cui il governo di große Koalition CDU/CSU-SPD vorrebbe proporsi come soggetto egemone dell’attuale fase di rafforzamento dell'integrazione europea, in diretta concorrenza con il partner francese, che infatti reagisce con le misure protezionistiche e interventistiche ventilate da Sarkozy, che peraltro trovano eco all’interno del governo italiano.

Al di là delle contraddizioni sopra evidenziate, la politica estera promossa in queste prime settimane di governo da Berlusconi e Frattini, in piena continuità con quella di Prodi e D’Alema nella scorsa legislatura, non è nient’altro che l’espressione, sullo scacchiere mondiale, della politica reazionaria portata avanti dal governo sul piano interno.

Tale politica ha trovato immediata applicazione fin dalle prime misure varate dal governo, con la complicità dell’opposizione e la quiescenza delle direzioni delle confederazioni sindacali: caccia agli stranieri, criminalizzazione dei lavoratori immigrati e delle loro famiglie, attacco al pubblico impiego, messa in discussione del contratto nazionale di lavoro. La borghesia italiana ha bisogno di maggiori margini di manovra per superare la crisi, scaricandola sul proletariato e le sue fasce più deboli, sul piano interno, e rafforzando il suo impegno imperialistico all’estero. In questa prospettiva, l’offensiva interna è destinata a frammentare ulteriormente la classe, contrapponendo italiani e stranieri, comunitari e non, pubblico impiego e settore privato, precari e stabilizzati. Alla luce di tutto questo, le organizzazioni promotrici dell’appello alla manifestazione di oggi dovrebbero ritrovarsi sul terreno di una battaglia più generale, che miri all'unificazione di tutte le vertenze attualmente in atto: solo a questa condizione sarebbe possibile costruire nei luoghi di lavoro e di studio, nelle fabbriche e nelle imprese, una reale opposizione di classe al governo della borghesia e alla sua variante “ombra”: è l'unica via per respingere i futuri attacchi che non mancheranno di colpirci.

Per la costruzione di un polo antimperialista conseguente all’interno del movimento no war e dell’avanguardia di classe
Questi elementi pongono anche l'esigenza di un bilancio del movimento no war a sette anni dalla sua nascita. Bisognerebbe, a nostro avviso, porre la questione di un percorso di lotta più incisivo ed efficace per ostacolare la macchina bellica attivata dalle politiche guerrafondaie dei governi che si sono fin qui succeduti e che, in ultima istanza, trova il suo fondamento oggettivo nel funzionamento stesso del modo di produzione capitalistico. Bisognerebbe ripercorrere le tendenze più avanzate del movimento no war europeo, che si erano espresse proprio in Italia tra la fine del 2002 e il marzo del 2003, allorquando settori non minoritari della classe avevano cominciato a mobilitarsi, sul terreno della produzione, sulla questione della guerra. All’epoca, la Confederazione Europea dei Sindacati aveva cercato in tutti i modi di contrastare il propagarsi in altri paesi della mobilitazione italiana (in Gran Bretagna, Grecia e Spagna in particolare), nonostante la CGIL riuscisse in quel momento a contenerne le tendenze più avanzate manifestatesi in maniera paradigmatica con gli scioperi di Livorno e Genova o quelli nazionali del 23 marzo 2003.

Elemento fondamentale, a nostro avviso, è quello dell’elaborazione di una posizione di classe sull'azione esercitata da chi, sui fronti di guerra e di occupazione, si trova a contrastare le truppe imperialiste (quelle italiane in primis), in altre parole la questione delle resistenze alle occupazioni: schierarsi a fianco delle resistenze dei paesi dominati e controllati dai paesi imperialisti, a prescindere dalla natura delle loro direzioni, è condizione primaria della sconfitta delle truppe di occupazione e della liberazione nazionale e sociale di quei paesi. Sul fronte interno, ogni colpo inferto al nostro imperialismo nel suo cortile di casa o nei paesi da esso aggrediti si traduce in un oggettivo miglioramento del rapporto di forze esistente a favore del proletariato e pone le condizioni per una ripresa della conflittualità e dell’iniziativa di classe: è quanto ci hanno insegnato in tempi non così remoti le sconfitte della Francia in Algeria e del Portogallo di Salazar in Mozambico, Angola e Guinea, sconfitte dell’imperialismo senza le quali sarebbero state impensabili sia l’ondata di lotte del Maggio francese sia la Rivoluzione dei garofani. In questi anni, non aver costruito un polo conseguentemente antimperialista, che avrebbe oggettivamente messo fuori gioco le direzioni della “sinistra radicale” impegnate a coprire la politica imperialista di Prodi e D’Alema, rende più facili gli odierni tentativi di Ferrero, Vendola, Rizzo e Diliberto di riprendere piede all’interno del movimento no war; è probabile che lasci anche spazio alla burocrazia sindacale per cavalcare un’opposizione di più ampio respiro nel caso di una possibile ondata di mobilitazioni contro il governo, come è avvenuto sotto i primi due governi Berlusconi.

In questa fase è necessario e centrale:
1. combattere affinché la classe esprima tutto il suo potenziale di incidere anche sul piano della politica estera del governo italiano attraverso la strutturazione di misure di forza concrete e generalizzate, quali scioperi e azioni sui luoghi di produzione;
2. combattere affinché la classe riconosca la legittimità politica di chi resiste all'occupazione militare imperialistica, a partire da quella di casa propria.

Siamo ben consapevoli di quanto sia difficile organizzare questi passaggi; quel che è certo è che chiunque ritenga di schierarsi contro il proprio imperialismo deve riconoscere che questa posizione è indissociabile da una lotta più complessiva alla propria borghesia, al di là delle differenze politiche talvolta rilevanti, per costruire all’interno del movimento no war una tendenza di giovani e operai che vada al di là di un generico ed elementare pacifismo e che sia schierato contro le politiche di saccheggio, guerra e miseria generate dagli imperialismi nordamericano e italiano. In caso contrario, nella migliore delle ipotesi, ci si mette al servizio delle direzioni della sinistra radicale, che fino a poco tempo fa votava in Parlamento e nel Consiglio di ministri i crediti di guerra e che, oggi, vuole rifarsi una verginità politica, ricompattando la sua base sociale per meglio negoziarla elettoralmente e canalizzando il movimento nel caso in cui dovesse rinvigorirsi per arginarne al suo interno le tendenze più avanzate.

È con questa intenzione che scendiamo oggi in piazza. È su queste basi che invitiamo tutti i compagni del movimento no war e del movimento operaio che si situano su un terreno conseguentemente anti-capitalistica e anti-imperialista, che siano schierati contro le politiche guerrafondaie portate avanti oggi da Berlusconi come ieri dai suoi predecessori di centro-sinistra e della sinistra radicale, a discutere collettivamente delle modalità concrete di un intervento unitario su questo terreno.
discutiamone: GIOVEDI’ 19 GIUGNO – ORE 20,30
via Efeso 2/a – (Metro. B - S.PAOLO Basilica)

Corrispondenze Metropolitane – collettivo di controinformazione e inchiesta - cmetropolitane@yahoo.it
Collettivo Comunista di Via Efeso – Roma - info@viaefeso.org
Collettivo Autonomo – Libertario “Liberidiamare” - liberidiamare@yahoo.it

Lavoratori italiani e immigrati, lottiamo insieme per costruire la nostra unità di classe, per i nostri diritti, contro il razzismo (26/05/08)


Lavoratori italiani e immigrati
Lottiamo insieme per costruire la nostra unità di classe, per i nostri diritti, contro il razzismo

Quello che è accaduto a Roma, nel quartiere del Pigneto, il 24 maggio (l’aggressione in pieno giorno di tre negozi appartenenti a commercianti stranieri da parte di una ventina di squadristi) è un chiaro atto di stampo razzista e fascista.
Dobbiamo lottare contro il razzismo perché è l’arma dei padroni, usata per dividerci e rendere più difficile la nostra unità di classe.
Il governo di centro-destra attuale rappresenta in forma specifica gli interessi padronali. Con il “pacchetto sicurezza” varato pochi giorni fa a Napoli (che riprende buona parte delle misure varate in precedenza dall’ex governo di centro-sinistra Prodi-D’Alema-Ferrero con l’appoggio della cosiddetta “sinistra radicale”) il governo spinge ulteriormente il già presente clima razzista e reazionario. Ne sono testimoni i pogrom contro i campi Rom a Napoli e altre città in questi ultimi giorni, la repressione dei manifestanti anti-discariche di Chiaiano ieri e la stessa aggressione del Pigneto.
L’attuale ministro degli Interni Maroni centra il suo discorso sulla “questione immigrazione”, come se tutti gli immigrati fossero criminali e responsabili dei problemi dell’Italia.
Sono i lavoratori stranieri quelli che occupano i posti di lavoro più difficili, che lavorano con gli anziani da badanti, nella ristorazione, nell’edilizia, nell’industria, nelle campagne, contribuendo alla crescita dell’economia italiana e ai profitti dei padroni. Sono il settore più sfruttato del proletariato in Italia.
I lavoratori italiani al contempo devono anche loro confrontarsi con i problemi del lavoro, della precarietà diffusa, della casa ecc.
La lotta per i diritti degli immigrati è una lotta di tutti i lavoratori e i giovani, italiani e immigrati, comunitari ed extracomunitari, precari e stabilizzati.
Questo è un problema centrale da affrontare, ancora di più nel momento in cui le direzioni delle confederazioni sindacali CGIL-CISL-UIL dopo aver coperto la politica antioperaia e antipopolare del governo Prodi si candidano e essere interlocutori “responsabili” anche del governo Berlusconi.
All’ultima assemblea del sindacalismo di base (RdB-CUB, SdL, Cobas) tenutasi a Milano il 17 maggio si è deciso di costruire un percorso di lotta contro la politica antiproletaria del governo Berlusconi, approvando peraltro una mozione specifica di solidarietà con gli immigrati.
È ora di costruire una risposta unitaria, dal basso, in cui dovrebbero essere in prima fila le organizzazioni di lavoratori e politiche italiane che dicono di difendere gli interessi dei lavoratori e degli immigrati, per respingere la politica reazionaria e razzista del governo e gli attacchi fascisti a cui essa apre la strada.

العمال الايطاليين و العمال المهاجرين.
لنكافح معا لبناء اتحاد الطبقات العامله ، من اجل حقوقنا،ولمكافحة العنصريه.

ان ما حدث في روما ، في حى pigneto ، في 24 ايار / مايو (الهجوم في وضح النهار على ثلاثة محال تجارية تابعة لتجار اجانب من قبل عشرين من » « squadristi , هو عمل واضح للعنصرية والفاشيه.
يجب علينا الكفاح ضد العنصريه لانها سلاح الحاكم يستخدمه للتفريق بيننامما يجعل وحدة الطبقات العامله اكثر صعوبه.
ان حكومه يمين الوسط الحاليه تمثل بشكل محدد مصالح الطبقه الحاكمه.
"مجموعةالقرارات الامنية" التي اطلقت قبل بضعة ايام في نابولي (التي تضم كثيرا من التدابير الأمنيه المتخذة من قبل حكومة يسار الوسط برودي- d'alema- فيريرو المدعومه بما يسمى "باليسار الراديكالي").
ان حكومه يمين الوسط الحاليه تؤيدوتدافع عن المناخ الحالي للعنصريه والرجعيه.
هناك شواهد على هذا الأتجاه ,المذبحه المدبره ضد مخيمات الغجر في نابولي في ومدن اخرى خلال الايام الاخيرة ، وقمع المتظاهرين المناهضين لمدافن النفايات في chiaiano يوم السبت ، 24 أيار / مايو ونفس العدوان في حي pigneto.
ان وزير الداخلية الحالي ماروني ركز كلمته على "مسألة الهجره" ، كما لو كان جميع المهاجرين هم المجرمين والمسؤولين عن مشاكل ايطاليا. إن العمال الاجانب يقبلون الوظائف الاكثر صعوبة ، حيث يعملون في خدمه كبار السن والمطاعم ، والبناء ، والصناعة ، في الريف ، ويساهموا في نمو الاقتصاد الايطالى وفي نمو ارباح ارباب العمل. انهم القطاع الاكثر استغلالا من الطبقة العاملة في ايطاليا,,واجبات بلا حقوق,,.في نفس الوقت يجب عليهم ايضا مواجهة نفس مشاكل العمال الايطاليين من العمل المؤقت ، والسكن وما الى ذلك .
ان الكفاح من اجل حقوق المهاجرين هو نضال جميع العمال والشباب ايطاليين ومهاجرين ،سواء عماله مؤقته أو دائمه, من داخل الأتحاد الأوروبي أو من خارجه.
هذه مشكلةأساسيه يجب معالجتها ،خاصه بعد تواطؤ رؤساء الاتحادات النقابيه cgil - cisl - uil بالتغطيه علي سياسة حكومة برودي المناهضه للعمال و الطبقات الشعبيه وكونها شريكة "مسؤولة" حتى حكومة برلوسكوني.
في الأ جتماع الاخير لاتحاد نقابات العمال RdB-CUB, SdL, Cobas)) التي عقدت في ميلانو في 17 ايار تقرر اتباع سلسله من الأجراءات لمكافحة سياسة لحكومة برلوسكوني ، بالموافقة على اقتراح محدد للتضامن مع المهاجرين.
الان يجب تكوين رأي موحد من القواعد العماليه، حيث يجب ان تكون في الطليعه المنظمات العماليه الايطاليه من أجل المطالبة بالدفاع عن مصالح العمال والمهاجرين ، ورفض السياسات الرجعيه والعنصريه للحكومه التي مهدت الطريق لاعتداءات الفاشيين.

راسلونا
Lavoratori Progressisti Uniti Bengalesi-Pigneto (Roma), Collettivo Comunista Via Efeso (Roma) http://www.viaefeso.org/, Corrispondenze Metropolitane (Roma) cmetropolitane@yahoo.it

Fotinprop, Roma, Via Efeso 2,a, 26/05/08

Perché ha vinto Berlusconi e quali sono i nostri compiti attuali (24/04/08)





Perché ha vinto Berlusconi
e quali sono i nostri compiti attuali
Le ragioni di una disfatta

Berlusconi, lo spauracchio dei borghesi democratici, dei benpensanti e radical chic, il terrore, per intenderci, dei vari Nanni Moretti e Michele Serra, ha vinto. E senza dubbio – bisogna ammetterlo– non c’è di che stare allegri: ha vinto una coalizione che annovera tra le sua fila gente profondamente reazionaria e razzista, quella della caccia agli immigrati, dei maiali davanti alle moschee ecc.
Anzitutto, però, non bisogna essere dei geni della politica per capire che il “Kavaliere Nero” non ha vinto principalmente per merito suo. Ma allora perché ha vinto?
Senza dubbio in parte perché questo rientra nel quadro della normale alternanza tipica dei paesi con quadro politico “bipolare”: ogni Governo – quale che ne sia il colore – si fa carico delle necessità del padronato, si fa carico cioè di imporre una politica di sacrifici ai proletari e a vasti strati della popolazione, e già solo per questo, alle elezioni, l’opposizione, qualunque essa sia, parte avvantaggiata (fatti ovviamente salvi altri eventuali fattori, che non rendono questo meccanismo un meccanismo automatico).

Per inciso: bisognerebbe togliersi una volta per tutte le fette di salame dagli occhi e prendere atto che non solo in Italia, con l’alternanza Berlusconi-Prodi-D’Alema, ma nei paesi a capitalismo avanzato in genere non esiste coalizione di Governo che porti avanti un programma politico diverso dalla difesa degli interessi strategici del grande capitale.
Ma andiamo avanti. È inoltre vero che la vittoria del centro-destra è stata anche il frutto di una campagna elettorale condotta da Veltroni e dal PD all’insegna dei valori del moderatismo e persino della destra, riproponendo anche nei toni un “prodismo” bis, una linea apertamente e smaccatamente filo-confindustriale.
Ma questa vittoria, per come si è configurata (con la contestuale sparizione della cosiddetta sinistra radicale, con il boom della Lega ecc.) e per le sue dimensioni complessive (netta maggioranza anche al Senato), è stata anzitutto il risultato della micidiale combinazione di due fattori:

· la politica portata avanti (in tutto il corso dei suoi venti mesi di vita) dal Governo Prodi; una politica che rappresentava gli interessi della grande borghesia nel suo complesso ossia gli interessi degli sfruttatori; una politica nei fatti profondamente antiproletaria e antipopolare e – per fortuna e giustamente – percepita (anche se a livello istintivo) come tale da larghi strati della popolazione;
· la completa subordinazione a questa politica dell'ala sinistra della coalizione, quella che i mass media del padrone chiamano la “sinistra radicale”: PRC, PdCI, Verdi e SD, che alle elezioni si sono presentati insieme nel cartello elettorale della Sinistra Arcobaleno.

Questa subordinazione ha assunto varie forme: dalla parodia del dissenso, al silenzio-assenso, fino all’appoggio pieno e attivo, per esempio della missione militare in Libano. Il tutto condito da siparietti abbastanza rivoltanti, quale quello messo in scena da Bertinotti che ha elogiato pubblicamente i parà della Folgore – tristemente famosa per gli stupri di gruppo in Somalia – nonché la sua partecipazione alla parata militare del 2 giugno con la spalletta arcobaleno sul bavero della giacca.
Tutto il (poco) fatto o detto dalla “sinistra radicale” non è stato null’altro che un simulacro di opposizione interna, essendo chiaro persino ai fessi che questa “sinistra” era alla ricerca disperata di qualunque escamotage che le permettesse di tentare almeno di salvare le apparenze (è il caso di dire: “mission impossible”!).

Altro inciso: in questo quadro epocale, di fase, nelle attuali condizioni la “sinistra radicale” dovrebbe spiegare come fa a ritenere ancora possibile che ci siano spazi per esercitare un ruolo di tipo riformista, mentre è ormai lampante che questa politica non è più praticabile. Dentro quella che subito dopo la disfatta è diventata la “fu Sinistra Arcobaleno” (una nuova forza con ambizioni strategiche a parole; nei fatti, come si vede, un cartello raffazzonato per mere finalità elettoralistiche), ci si scanna tra varie opzioni (in realtà cordate, gruppi di potere), ognuna delle quali, tra discussioni su alleanze larghe e strette, simboli con o senza falci, martelli e soli che ridono, vorrebbe rappresentare una soluzione per uscire dalla crisi. Nessuna di queste però rimette in discussione l’unico punto di cui varrebbe la pena discutere: fallimento e, dunque, abbandono del riformismo, la cui impraticabilità comporta inevitabilmente una completa subalternità alla classe padronale; fallimento e dunque abbandono dell’orizzonte strategico che vede nel sostegno (interno, esterno, critico o integrato, a seconda dei momenti contingenti) al centrosinistra l’unica via possibile per difendere gli interessi delle classi subalterne o anche solo per “limitare i danni”.
Perché i tantissimi che hanno votato NO al Protocollo Damiano, che hanno fatto scioperi, che hanno messo in piedi i movimenti No Tav, No Dal Molin, le manifestazioni contro la guerra ecc., non hanno votato PRC e PdCI (e nemmeno Verdi e SD)? Perché queste forze che, per tenere in piedi il Governo a ogni costo, hanno agitato il ricatto “ideologico” del ritorno delle destre, appunto per questo hanno invece spianato la strada al ritorno di Berlusconi.
Oggi molti analisti e politici “di sinistra” nascondono queste responsabilità oggettive dietro l’alibi del voto operaio alla Lega. Siamo in questo al tipico atteggiamento degli intellettuali borghesi, che quando le cose “vanno male” danno la colpa agli operai, zoticoni e zucconi che non capiscono un accidente. Mentre invece, anche grazie alla parte non trascurabile recitata dall’opportunismo della sinistra, proprio le sconfitte subite dai movimenti e dalla classe hanno fatto crescere la scontentezza e il senso di impotenza tra i settori popolari, favorendo una deriva reazionaria e populista.
La vittima collaterale di questa logica che certo non rimpiangeremo,il cui prezzo reale e salato è stato pagato e sarà pagato innanzitutto dai proletari, è ovviamente la Sinistra Arcobaleno, che è stata clamorosamente sconfitta; una disfatta che era l’unico risultato possibile del riformismo in salsa bertinottiana.
Per chiarezza resta solo da aggiungere che, se l’attuale fase economica generale impone la necessità ineludibile per qualunque Governo borghese, di ogni colore, di un ulteriore e sfrenato peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari e delle classi subalterne, al contempo spunta le armi dell’imbroglio riformista; e tuttavia questo non implica di per sé un'inevitabile radicalizzazione delle masse né un avanzamento delle lotte, come peraltro dimostrano, per quel che valgono, anche gli ultimi risultati elettorali in Italia. Ma ciò che più ci preme sottolineare è che questo non significa nemmeno la sparizione automatica e definitiva dell’opportunismo delle forze della sinistra radicale.


Gli obiettivi del capitale

La borghesia incassa l’importante (e a lungo inseguito) risultato di una semplificazione del quadro politico parlamentare, un “bipolarismo” significativo anche se relativo. In altre parole, si inaugura con più di un decennio di ritardo quella che avrebbe dovuto essere la II Repubblica nei progetti dei settori più moderni e lungimiranti del capitalismo italiano, in sostanza del grande capitale.
Dalle alleanze elettorali e dai risultati esce un esito che taglia l’ala sinistra (e anche quella destra) dello schieramento parlamentare e cancella o riduce anche il peso di una serie di piccoli partiti, la cui principale ragion d’essere è stata la rappresentanza clientelare: si riduce al minimo necessario anche il peso del centro ex DC, che oggi non è più né componente essenziale della maggioranza né ago della bilancia tra gli schieramenti.
Questa tendenza al bipolarismo è molto più compiuta nel PD veltroniano di quanto non lo sia nel centrodestra, alleanza vincente in termini numerici che tuttavia riposa su importanti contraddizioni interne che lasciano perplesso lo stesso padronato. La maggior affidabilità e coerenza del progetto veltroniano, anche rispetto alla prospettiva europeista, è la ragione per la quale Confindustria ha fatto campagna per Veltroni, così come alle scorse elezioni aveva fatto per Prodi.
Il blocco sociale sul quale si fonda il berlusconismo non è capace di rappresentare gli interessi globali della borghesia, come ha già dimostrato in passato sotto i due precedenti governi Berlusconi. Nondimeno la sconfitta di Veltroni testimonia il fatto che la grande borghesia italiana è stata ancora una volta incapace di fare egemonia e di indirizzare i suoi settori subalterni.
Non è stato quindi un caso che subito dopo le elezioni Montezemolo, preso atto del risultato, abbia moltiplicato le pressioni sul futuro Premier, sottolineando che ci fossero i numeri (sulla carta almeno) per fare le cosiddette riforme. Questo significa che, oltre a proseguire gli attacchi ai lavoratori (una costante per tutti i Governi, che Confindustria dà, a ragione, per scontata), Berlusconi deve attuare finalmente quelle “riforme di struttura” che i padroni chiedono a gran voce, facendosi forte dei grandi margini di manovra che i numeri gli danno in Parlamento. Queste “riforme” sono un progetto cui aveva provato a mettere mano anche il precedente Governo (ad esempio col pacchetto Bersani), con un esito però fallimentare dovuto anche all’eterogeneità di interessi di cui era composta la sua coalizione. Ma cosa sono in realtà queste “riforme”? Si tratta, in sostanza, di una ristrutturazione economica, sociale e politica del sistema capitalistico italiano, al fine di renderlo più rispondente agli interessi del grande capitale e più competitivo sul mercato internazionale. Si tratta di ridimensionare economicamente e politicamente quei settori della stessa borghesia che costituiscono un peso per gli interessi di quel pugno di industrie, banche e società che, per dimensioni e livello di concentrazione, vogliono e devono giocare un ruolo nella concorrenza internazionale, acuita dall’attuale quadro di crisi economica e recessione.
Ma proprio questi settori arretrati del capitalismo italiano sono una parte importante del blocco sociale su cui riposano il berlusconismo e i suoi alleati. Per questa ragione il berlusconismo costituisce per la grande borghesia una soluzione problematica, non solo per la mancanza di un rapporto privilegiato con la burocrazia sindacale (a differenza del centrosinistra), cosa che comporta una maggiore capacità di controllo dei settori proletari (un controllo molto utile quando si tratta di tagliare per la terza o quarta volta le pensioni), ma anche per il fatto che il blocco sociale del centrodestra è troppo portato a una difesa di interessi regionali, particolari, clientelari, (e anche personali), in cui non può riconoscersi complessivamente il grande capitale, per sua natura antiparticolare e proiettato a livello internazionale.
In questa chiave vanno lette le dichiarazioni di Maroni e Tremonti sul fatto che questo Governo non ripeterà gli errori dell’articolo 18 (in altre parole, niente più scontro frontale con i sindacati confederali), dichiarazioni apprezzate da Epifani (“il sindacato non può fare le barricate preventive e stare 5 anni all’opposizione”). D’altronde le polemiche demagogiche e populiste dei settori del centrodestra contro la globalizzazione e il liberismo eccessivo sono segnali che fanno sempre storcere la bocca al grande capitale, il quale, attraverso le dichiarazioni di Montezemolo e della Marcegaglia, rispettivamente presidente uscente ed entrante di Confindustria, fa pressione sia sul Governo che sui sindacati Confederali. Inutile dire che anche lo smantellamento del contratto nazionale (a favore di una contrattazione decentrata che lascia molto più spazio all’arbitrio padronale) rientra in pieno nelle riforme richieste.


I nostri obiettivi


La vittoria di Berlusconi rappresenta, sotto molti punti di vista, una svolta a destra della situazione nazionale, che tuttavia non preclude di per sé la possibilità di mettere in campo un ciclo di lotte significative nel prossimo periodo, così come, per esempio, l’importante vittoria di Sarkozy nel 2007 non ha significato un azzeramento delle lotte e del movimento di classe, anzi.
Probabilmente i pesanti attacchi (già preannunciati da Berlusconi) alle condizioni di lavoro, al salario (globalmente inteso) e alla classe in generale (a cominciare dai suoi settori più deboli come gli immigrati) non mancheranno di suscitare un'opposizione nelle fabbriche, nelle piazze, università ecc. Il grande problema sta invece nel come affrontare questi attacchi e nel come costruire una risposta in grado di contrastare la futura offensiva padronale. Il bilancio dell'ultima esperienza del Governo Prodi è infatti chiaro. Si è rilevata non solo fallimentare ma addirittura nociva la logica della pressione, una pressione tentata dalla sinistra di governo sul suo Governo e da pezzi della sinistra-sinistra sulla sinistra di governo. Parliamo, per esempio, della cosiddetta e variegata area della sinistra CGIL, di Lavoro e Società, della Rete 28 aprile di Cremaschi e anche, di (buona?) parte, del sindacalismo di base; a livello politico, parliamo dell’area variegata e non omogenea degli ex disobbedienti e di Sinistra Critica, che si è dimostrata completamente prigioniera di questa logica. Un discorso a parte andrebbe fatto per il PCL di Ferrando, che ha raccolto 200.000 voti (alla Camera) ed è posto di fronte alla importante responsabilità di trasformare un peso politico non trascurabile – sovradimensionato rispetto alla sua forza militante reale – in un reale strumento al servizio della lotta anticapitalistica.
Questa logica prevede come unico e strategico orizzonte una pressione esercitata dalla sinistra (peraltro principalmente attraverso gli strumenti istituzionali e parlamentari) sul suo Governo, sul Governo che essa stessa contribuisce a sostenere, con la finalità di ottenere uno spostamento (grande o piccolo) della sua politica; logica ben diversa da quella che prevede conquiste e risultati, anche parziali, che è sempre possibile strappare a ogni Governo dei padroni ma a mezzo della lotta.
Dal punto di vista sindacale, non si può escludere, in caso di una ripresa della conflittualità, che il sindacalismo confederale, o quantomeno la CGIL, metta in campo un nuovo ciclo “cofferatiano” tipo 2001-2004, che come allora svolga la funzione di canalizzare le lotte e cavalcarle, depotenziandole e al contempo utilizzandole come strumento di rafforzamento del centrosinistra e della sinistra in prospettiva dell’alternanza.
Quello che invece è già chiaro e pacifico è il fatto che la “sinistra radicale” e l’opportunismo in genere non sono affatto morti. Come dicevamo all’inizio, la sconfitta elettorale non significa affatto la loro sparizione automatica. L’opportunismo ha settantasette vite e mille strumenti ideologici e politici: anche in questo quadro economico e politico, che rende impraticabile e di fatto impossibile una politica di riforme e concessioni per ingabbiare la classe proletaria, esso è lontanissimo dall’essere un problema chiuso. Come volevasi dimostrare, la sinistra radicale sta preparando in questi giorni una controffensiva, dimostrando che è ancora in grado di esercitare un certo peso sui movimenti (e in prospettiva anche sulle eventuali lotte), con l’evidente obiettivo di recuperare alla svelta il consenso perduto; una controffensiva che riparte dalle celebrazioni del 25 aprile, dal ballottaggio per il sindaco di Roma e che ha in generale come base operativa le amministrazioni locali dove essa governa ancora insieme al PD.
Sul fronte delle forze “di sinistra”, dunque, il quadro che avremo di fronte nel breve e medio periodo, dovrebbe essere il seguente:
· un probabile o quantomeno possibile (anche se, come già detto, non certo scontato) “spostamento a sinistra” del sindacato confederale (o della sola CGIL);
· un sicuro riposizionamento a sinistra della “sinistra radicale” e dei settori che sono a essa legati o, comunque, da essa influenzati: PRC e PdCI faranno di tutto per rifarsi il maquillage e per ripresentarsi dentro quei movimenti, quelle istanze e quelle lotte che loro stessi, fin che sono stati al Governo, hanno abbandonato, ignorato, depotenziato e contribuito a rendere inoffensive. Per farlo dovranno necessariamente riprendere i toni radicali che furono loro una volta (prima dei due anni al Governo), toni che, sia chiaro, non possono nascondere la sostanza opportunista e, in ultima istanza, elettoralista; il tutto, ovviamente, non certo nell’interesse dei lavoratori e dei settori sociali che questi soggetti dicono di voler rappresentare, ma invece in funzione della costruzione delle condizioni per un ritorno del centrosinistra al Governo.

Un primo e significativo esempio di questo “nuovo corso” che nuovo non è ci è fornito dall’operazione 25 aprile. Degno di nota è il battage pubblicitario messo in piedi per l’occasione, all’insegna della Liberazione… da Berlusconi e del NO ai fascisti… in Campidoglio, che a Roma ha significato, concretamente una pubblica chiamata di quasi tutti i centri sociali (di area disobbediente ma non solo) a votare per Rutelli, finendo così per trasformare il 25 aprile in una kermesse elettorale a favore della giunta di centrosinistra della capitale. Che l’operazione sia questa è reso bene dal fatto, paradossale solo in apparenza, che il comunicato della assemblea cittadina per la costruzione del 25 aprile conferma quello che a parole vuole smentire, e cioè che sarà una giornata pro-Rutelli, quando dice: “ogni intento di voto è lasciato alla libera coscienza personale o percorso politico e sociale che partecipa alla costruzione del 25 aprile, consapevoli della contingenza storica particolare, a due giorni dal ballottaggio elettorale che vede la possibilità che lo squadrista Alemanno divenga sindaco di Roma.”. Più chiaro di così si muore. Da notare infine che questo avviene dopo che si è fatta fallire la proposta (lanciata dai Cobas quando Prodi era ancora al governo) di una manifestazione nazionale e unitaria per il 1° maggio, che rompesse finalmente con le solite squallide e inoffensive messe in scena egemonizzate dai sindacati concertativi & Co.

In questo quadro c’è da discutere delle nuove proposte fatte all’interno del movimento. In primis, l’indizione da parte di Cobas, RdB e SdL di un'Assemblea Nazionale di lavoratori e delegati per il 17 maggio a Milano, che – come dichiarato – ha il compito di lanciare uno sciopero generale contro il Governo. La differenza che passa tra l’essere questa una proposta utile o dannosa sta – a nostro parere – in queste discriminanti:
1) sui contenuti. Bisogna dire chiaramente che è necessario lottare contro questo Governo per gli stessi motivi per cui si doveva lottare contro quello precedente;
2) la proposta di costruzione dello sciopero deve essere allargata a tutte le organizzazioni che si riconoscono sui contenuti. “Curioso” invece che i promotori (quelli stessi che sulla questione del Fronte del No al Protocollo Damiano hanno accuratamente evitato di richiamare alla coerenza le forze del sindacalismo, che proclamano di non avere governi amici e poi sembrano dimenticarsene quando si tratta di passare dalle parole ai fatti) abbiano volutamente evitato di coinvolgere fin dalla costruzione le altre forze del sindacalismo di base (con cui pure avevano scioperato a novembre), escludendo innanzitutto lo SLAI Cobas, che invece si era dichiarato disponibile e che per pratica sui posti di lavoro è una organizzazione tra le più conseguenti e radicali;
3) che lo sciopero non sia solo proclamato dall’alto ma sia costruito dal basso e preparato sui posti di lavoro e sui territori, attraverso assemblee trasversali di lavoratori e lavoratrici, sindacalizzati e non, stabilizzati e precari, italiani e immigrati, come non è stato fatto per quello contro il Protocollo Damiano.

In sintesi: l’obiettivo è che lo sciopero riesca il più ampio possibile, che faccia “del male”, che lasci qualcosa in termini di capacità di mobilitazione e autonomia politica oppure che diventi un’ennesima iniziativa calata dall’alto per fare da sponda all’opposizione parlamentare?

Una sponda avvelenata che ha, e non poco, contribuito a strozzare tutti i recenti tentativi di creare un cartello di forze nazionali su temi come l’opposizione alla guerra, la difesa dei lavoratori, o lo sciopero generale (Patto NO war, Patto sul lavoro e sciopero generale di novembre).

L'alternativa che avremo di fronte nel prossimo futuro è questa: lasciare campo libero all'iniziativa delle forze di sinistra che sono opportuniste; lasciare che queste riconquistino il consenso perso per ritrovarci, un domani, punto e a capo nella situazione di oggi oppure cercare di ricostruire almeno un abbozzo di autonomia politica degna di questo nome?
Sarà possibile costruire un movimento d’opposizione sociale, nei posti di lavoro e nelle piazze, che sia ampio, unitario ma in primo luogo non subalterno alle logiche di pressione sul centrosinistra né tanto meno direttamente trasformabile in uno strumento elettorale dei settori di sinistra della borghesia?
Sarà possibile costruire un’opposizione di classe in Italia, che costituisca il necessario punto di riferimento politico per queste lotte?
Se sì, lo sarà solo su questa base, costituita dalle lotte, dai percorsi per la loro preparazione, dalle battaglie per la nostra indipendenza politica dalla sinistra radicale, vera e propria quinta colonna della borghesia dentro le nostre file.

Per queste ragioni il nostro obiettivo deve essere quello di contribuire alla massima ampiezza dell’opposizione sociale a Berlusconi e a Confindustria, dando però battaglia dentro questo movimento affinché questa opposizione, per essere reale ed efficace, sia anche un'opposizione ai progetti del centro sinistra. Deve per forza essere un'opposizione di classe in chiave anticapitalistica. Su questa base noi intendiamo intervenire nel prossimo futuro.

Roma, 24 aprile 2008
fotinprop.

Chi siamo? (14/03/08)


Tratto da Classe contro Classe n°1, marzo 2008

Classe contro classe,
- per una politica internazionalista dei lavoratori;
- per la ripresa dell’iniziativa e della conflittualità di classe;
- per l’unità dei rivoluzionari.

Costituiamo un piccolo nucleo comunista rivoluzionario che raggruppa compagne e compagni di Roma che militano in diverse strutture politiche o provengono dalla sinistra rivoluzionaria. Ci siamo ritrovati su una serie di questioni ancora aperte, in particolare sulla necessità di avviare una riflessione attorno alla fase politica attuale sia internazionale che nazionale con l’obiettivo di fare politica all’interno dell’avanguardia di classe, essendo però profondamente consapevoli, assieme a compagne e compagni di gruppi radicati in diverse città d’Italia e con i quali interveniamo all’interno della rete Collegamenti Internazionalisti, che questo “fare politica” è indissolubilmente vincolato al duplice fronte, quello esterno e quello interno, sul quale si svolge la politica della borghesia imperialista italiana.
Presentiamo in questo documento una serie di appunti sulla doppia fase politica che si è chiusa in Italia nelle ultime settimane; da una parte i venti mesi in cui ha governato il centro sinistra con la partecipazione della cosiddetta “sinistra radicale”, legislatura che si è chiusa con la caduta in Senato di Romano Prodi, e dall’altra la fase più prettamente sociale che va dall’ultima primavera alla firma dell’ultimo contratto metalmeccanico, una fase che ha visto in un certo senso una ripresa della contestazione, in particolare sul versante delle politiche guerrafondaie del governo, mentre settori del proletariato tornavano sul davanti della scena, in particolare durante il periodo settembre-novembre, opponendosi alla politica confindustriale del governo espressa in particolare attraverso il protocollo Damiano.
Entrambi le fasi, ovviamente profondamente collegate l’una all’altra, si sono soltanto chiuse momentaneamente poiché la politica antioperaia e antipopolare del prossimo governo, in sintonia più o meno diretta con i settori più concentrati del padronato, continuerà sotto la futura legislatura, sia con un governo di centro destra capeggiato da Berlusconi, sia da uno di centrosinistra egemonizzato dal Partito Democratico. Allo stesso tempo, pensiamo che sia le controriforme sociali che si cercherà di continuare ad applicare sia il fronte del potere d’acquisto, dello stipendio e delle condizioni di lavoro potrebbero significare una ripresa delle lotte in Italia, in sintonia con quanto è accaduto nell’ultimo periodo in altri paesi di Europa, con lo sciopero generale in Grecia contro la riforma del Welfare, gli scioperi dei ferrovieri (vittoriosi) e dei metalmeccanici tedeschi sulla questione del salario, o gli ultimi scioperi massicci nel settore del commercio e della grande distribuzioni in Francia che hanno fatto emergere un protagonismo finora inedito delle lavoratrici del commercio.
L’offensiva interna (ed esterna) della borghesia che continuerà senza sosta richiederebbe di lavorare per mettere in piedi trasversalmente un elementare fronte unico difensivo fra tutte le organizzazioni e correnti che non si riconoscono in nessun governo amico dei padroni.
In una maniera altrettanto centrale l’embrionale ripresa della conflittualità di classe a livello europeo e internazionale negli ultimi anni ma anche gli elementi più dinamici della situazione internazionale - da una parte il carattere della crisi economica che bussa alla porta e non mancherà di colpire duramente la borghesia italiana e i paesi imperialisti più deboli (una crisi che il padronato cercherà di scaricare sulle spalle del proletariato e delle classe subalterne), e dall’altra l’instabilità del sistema geopolitico internazionale anche fra blocchi imperialisti - dovrebbero spingere tutte le correnti che intendono intervenire da una prospettiva rivoluzionaria all’interno della lotta di classe a porsi una serie di compiti che permettano di superare la frantumazione nella quale ci ritroviamo tutti.
Questi elementi ci spingono a pensare che più che mai sia necessario e urgente cercare le vie dell’unificazione delle forze rivoluzionarie che agiscono in Italia. Questo non può avvenire attraverso un processo di avvicinamento fra militanti di buona volontà sulla base di semplici affinità o della proclamazione dell’attualità di formule radicali più o meno astratte e svuotate di senso concreto. L’unificazione delle forze rivoluzionarie richiede da una parte unità d’azione sul piano immediato e puntuale della lotta di classe, una cosa che è sicuramente venuta a mancare durante la fase di lotta contro il Protocollo del 23 luglio e soprattutto dopo lo sciopero del 9 novembre, qualcosa che manca all’interno del movimento No war. Questo processo di unificazione deve però innanzitutto partire delle condizioni create da un intervento unitario per discutere delle principali conclusioni che si possono trarre delle lezioni della lotta di classe (quella che fa la borghesia e quella fatta dalla nostra classe) internazionale, europea e nazionale, l’unica maniera per discutere dei paletti di un programma rivoluzionario che ci permetta di fare dei salti qualitativi nella comprensione della fase e nell’agire politico comune e coordinato.
Questo documento intende andare in quel senso. Si tratta soltanto di un contributo per la discussione all’interno della sinistra rivoluzionaria e dell’avanguardia di classe. Siamo consapevoli che se il “che fare” non è riducibile a quello che riescono a fare singole esperienze e realtà, è ancora meno riducibile alla ripetizione di vecchie formule radicali ma scollegate di un’analisi concreto della situazione concreta, sia internazionale che nazionale. Da questo punto di vista il nostro documento pecca per il suo carattere prevalentemente “italiano”. Ci auguriamo però che possa servire al dibattito all’interno della sinistra rivoluzionaria per aiutare a rompere localismi, settarismi, dogmatismi, non in funzione di un ecumenismo astratto ma bensì di un serrato processo di discussione dei nostri accordi e disaccordi politici, strategici e tattici, che permetta di mettere in piedi in Italia le basi di una corrente marxista rivoluzionaria la cui assenza pesa in primo luogo sulle possibilità d’azione della avanguardia di classe.

Roma, 14 marzo